Antonio Pesolillo: Dall’Abruzzo alla Svizzera: un elmetto da saldatore racconta una storia di riscatto e memoria

 

Dall’Abruzzo alla Svizzera: un elmetto da saldatore racconta una storia di riscatto e memoria

 di Duilio Rabottini

 


Un oggetto da lavoro un tempo ignorato, oggi custodito in un museo, è diventato il simbolo della tenacia di una generazione di migranti. Grazie all’intuizione di tre studenti e all’intervista del quotidiano "Badener Tagblatt", la storia di un saldatore di Ripa Teatina rivive come un ponte tra culture.

Un legame profondo, spesso invisibile ma potente, unisce le colline di Ripa Teatina, in provincia di Chieti, alla cittadina svizzera di Baden, un tempo cuore pulsante dell’industria argoviese. È una connessione fatta di sacrifici, sogni e della tenacia di chi, partendo dall’Abruzzo nel dopoguerra, ha contribuito a costruire il futuro di un altro paese. A riaccendere la luce su questa storia è stato un oggetto inaspettato: un vecchio elmetto da saldatore.

La sua vicenda, raccontata con emozione dal quotidiano svizzero-tedesco "Badener Tagblatt", è quella di Antonio Pesolillo, nato a Ripa Teatina nel 1935, un uomo che ha incarnato lo spirito di un’intera generazione di migranti.

La partenza da Ripa Teatina.


 La vita di Antonio nell’Abruzzo rurale del dopoguerra era modesta. Come ha raccontato la figlia Paola nell’intervista al giornale svizzero, suo padre poté frequentare la scuola solo per cinque anni: i campi avevano bisogno di braccia. Ma Antonio sognava un futuro diverso. Dopo il servizio militare, colse un’opportunità: un corso di formazione come saldatore a Salerno, pagato dallo Stato. La condizione, però, era l’impegno a lavorare all’estero al termine degli studi.

Quell’impegno lo portò prima in Argentina e poi, nel 1968, poco dopo la nascita della sua seconda figlia, Paola, verso la Svizzera. Il fratello minore, già a Baden, gli aveva scritto: "La BBC cerca manodopera". La BBC, ovvero la Brown, Boveri & Cie. (oggi ABB), non era un’emittente, ma un gigante dell’elettromeccanica che stava costruendo il futuro dell'energia in Europa.




L’inferno dell’"Alto Ponte" e il paradiso di Gebenstorf. L’arrivo in Svizzera fu traumatico. Antonio dovette subire l’umiliante trafila dei controlli medici e della disinfezione al confine, una procedura comune per tutti i "lavoratori ospiti" (Gastarbeiter) italiani di quel periodo. Anche a Baden, la vita non era facile. Il percorso per andare al lavoro, attraverso il famoso "Alto Ponte" (Hochbrücke), era un incubo. Erano gli anni delle iniziative xenofobe di Schwarzenbach, e come ha ricordato Paola al "Badener Tagblatt", "agli svizzeri piaceva tendere loro imboscate la sera e picchiarli".

Ma Antonio non mollò. Saldava turbine, pezzo dopo pezzo, costruendo con le sue mani un pezzo di Svizzera e, contemporaneamente, un futuro per la sua famiglia, che lo raggiunse 18 mesi dopo. Si stabilirono a Gebenstorf, in un complesso dove vivevano molti italiani. Lì, in quel piccolo pezzo d’Italia trasportato a nord delle Alpi, trovarono il loro paradiso: "Ognuno si prendeva cura dell’altro", un’oasi di solidarietà in un paese che li guardava con sospetto.

Il riscatto di un elmetto. Antonio Pesolillo non ha mai dimenticato le sue radici, né la fatica di quegli anni. Per tutta la vita ha collezionato e conservato i suoi oggetti da lavoro, compresi gli abiti e quell’elmetto da saldatore. I parenti lo prendevano in giro: "Chi vuole questo tuo vecchio ciarpame?", gli dicevano. Ma lui rispondeva: "Queste cose appartengono al museo".


E aveva ragione. Antonio è morto nel 2012, e come da lui desiderato, i suoi ricordi legati alla BBC sono stati donati al Museo Storico di Baden. Ed è lì che, anni dopo, tre studenti del Liceo Cantonale, Jonas Obrist, Kilian Kleinfeld e Oliver Höhn, impegnati nel progetto di storia "Twistory", si sono imbattuti nel suo elmetto. Jonas ha avuto un sussulto: quel cognome, Pesolillo, gli ricordava qualcosa.

Un incontro da pelle d'oca. Jonas ha fatto una ricerca sull’elenco telefonico, trovando solo due voci. Una era quella di Paola Pesolillo, la sua ex insegnante di educazione tecnica. Si è presentato a scuola, senza preavviso, chiedendole: "Conosce un Antonio Pesolillo?". Paola è rimasta a bocca aperta. Quell’incontro, come ha titolato il "Badener Tagblatt", è stato un momento "da pelle d’oca".


L’elmetto di Antonio, un tempo polveroso cimelio, è diventato il centro di una ricerca scolastica approfondita, un ponte tra generazioni che ha permesso ai tre studenti di scoprire la storia dimenticata dei Gastarbeiter italiani, e a Paola di riscoprire i sacrifici e la dignità di suo padre. Oggi quell’elmetto è esposto nel museo. Non è più "ciarpame". È la voce di Ripa Teatina che parla ai giovani svizzeri, un promemoria che le turbine che hanno illuminato la Svizzera sono state costruite anche con il sudore e la speranza degli abruzzesi.

 


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